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La vita di San Paolo Primo Eremita

VITA DI SAN PAOLO PRIMO EREMITA

del beato Girolamo di Stridone


San Paolo di Tebe è onorato come il primo abitante del deserto e primo eremita cristiano. Visse la sua ascesi in Egitto, nella regione della Tebaide, fino alla morte nell’anno 341, all’età di 113 anni. Subito dopo la sua nascita al cielo molti vollero imitarne la vita, riempiendo il deserto e creando veri e propri centri monastici, per questo condivide con sant’Antonio il grande il titolo di padre del monachesimo. Ciò che conosciamo di lui lo dobbiamo alla penna di san Girolamo, che raccolse nella Vita Sanctii Pauli primi eremitae le testimonianze orali sulla vita di Paolo. Alla morte del santo Antonio ne seppellì il corpo nei pressi della grotta dove aveva vissuto. Nel XII secolo le reliquie del santo furono trasferite dall’Egitto a Costantinopoli e poste nel monastero della Madre di Dio Peribleptos, per ordine dell’imperatore Manuele (1143-1180). In seguito alle crociate furono trafugate a Venezia, e infine portate a Ofa in Ungheria. Parte della sua testa si trova a Roma.

La Chiesa Ortodossa ne fa memoria il 15 gennaio, la Chiesa Copta il 2 di Amshir, i Romano-Cattolici il 10 gennaio.

 

Prologo

Sono molti coloro che, a più riprese, hanno posto la questione di chi è stato il primo instauratore della vita eremitica. Taluni, infatti, risalendo piuttosto lontano, identificarono tale instauratore, rispettivamente, con Elia e con Giovanni dei quali ci sembra che il primo sia stato più assai d’un semplice monaco e il secondo abbia cominciato a fare il profeta prima ancora della nascita. Altri poi – ed è questa l’opinione universalmente accettata –, sostengono che fu Antonio l’iniziatore di questo ideale, ma la cosa è vera solo in parte, giacché non tanto lui stesso fu il primo di tutti, quanto piuttosto da lui trasse incitamento lo zelo di tutti. Dal canto loro, Amathas e Macario, discepoli di Antonio – fu il primo di essi che diede sepoltura al maestro – affermano a tutt’oggi che il primo instauratore di un tal genere di vita, se non proprio del nome relativo, è stato un certo Paolo di Tebe: opinione questa che io pure condivido. Vi sono di quelli che, abbandonandosi al loro estro inventivo, ti sfornano fantasie di questo tipo: “In una grotta sotterranea viveva un uomo, chiomato dalla testa ai piedi”, e ti architettano cose talmente incredibili che sarebbe un perditempo volerle passare in rassegna. E dato che la loro falsità è semplicemente spudorata, non sembra neppure necessario preoccuparsi di confutare una simile impostura. Pertanto, siccome a proposito di Antonio sono già apparse accurate pubblicazioni, sia in greco che in latino, mi son prefisso di comporre un piccolo scritto sulle prime ed ultime vicende della vita di Paolo. E così ho pensato, più per il fatto che si trattava di notizie inedite, che per un atto di fiducia nelle mie capacità. Come poi lo stesso Paolo abbia trascorso la parte centrale della sua vita, e quali persecuzioni diaboliche abbia dovuto sopportare, nessuno lo può sapere con certezza.

Il tempo delle persecuzioni

Al tempo di Decio e di Valeriano, persecutori dei cristiani, allorquando Cornelio a Roma e Cipriano a Cartagine affrontarono con gioia il martirio, una selvaggia crudeltà seminò distruzione in molte Chiese dell’Egitto e della Tebaide. La brama più ardente di ogni cristiano, in tali circostanze, era quella di cadere sotto la spada, per il nome di Cristo. Ma l’astuto nemico era tutto preso dal desiderio di uccidere le anime, non i corpi, e quindi escogitava i più squisiti supplizi, capaci di far morire a poco a poco. Come scrive lo stesso Cipriano, che subì il martirio nella persecuzione di Valeriano, “non era concesso di morire a quanti lo bramavano”.

 

Perché a tutti sia nota la crudeltà di costui, voglio qui ricordare un paio d’esempi.  3. Trovatosi di fronte ad un martire che perseverava nella fede e trionfava in mezzo alle torture dei cavalletti e delle lamine arroventate, il tiranno lo fece cospargere tutto quanto di miele, ed esporre supino, con le mani legate dietro la schiena, ai raggi cocenti del sole. Si prefiggeva naturalmente di far cedere alle punture delle mosche quel martire, che aveva superato il supplizio delle lamine arroventate. Un altro martire, ancora nel fiore della sua giovinezza, egli lo fece portare in un giardino ricolmo di delizie. Quivi, fra candidi gigli e vermiglie rose, mentre lì accanto serpeggiava un ruscello col suo dolce mormorio, e tra le foglie degli alberi spirava un venticello dal suono leggero, lo fece adagiare sopra un letto di piume, e perché non potesse levarsi da quella posizione, lo fece avviluppare da una fitta rete di soavi ghirlande. Mentre si allontanavano tutti gli altri, si fece avanti una meretrice di stupenda bellezza e cominciò ad abbracciare il collo del giovane con teneri amplessi, e poi – cosa peccaminosa perfino a dirsi – a toccargli con le mani le parti virili, affinché, una volta eccitato quel corpo alla libidine, vi si buttasse sopra come una spudorata trionfatrice. Quel soldato di Cristo non sapeva che fare né dove voltarsi. Colui che non si era piegato davanti ai tormenti, stava per essere sopraffatto dal piacere dei sensi. Infine, ispirato dal cielo, si tagliò con un morso la lingua e la sputò in faccia a quella donna che lo stava baciando; fu così che l’intensità del dolore fisico lo rese capace di superare gl’istanti della libidine.

 

Paolo fugge nel deserto

Orbene, mentre accadevano tali fatti, nella Tebaide inferiore, Paolo, all’età di circa sedici anni, assieme a sua sorella già maritata, si trovò, dopo la morte di ambedue i genitori, in possesso di una vasta eredità. Era molto istruito nelle lettere greche ed egizie ed aveva un animo mite e traboccante di amore verso Dio. Quando scoppiò la bufera della persecuzione, si ritirò in una sua villa piuttosto lontana ed appartata. Ma dove mai non sospingi il cuore degli uomini, o fame esecranda dell’oro? Il marito della sorella concepì il disegno di denunciare colui, che avrebbe dovuto nascondere. Come suole accadere, non riuscirono a smuoverlo da una tale scelleratezza né le lacrime della moglie, né l’affinità di sangue, né il timor di Dio che scruta ogni cosa dall’alto. Gli stava sempre alle costole, lo incalzava, sfoderava tutta la sua crudeltà, né più né meno come avrebbe dovuto esercitare la sua pietà. Ben se ne accorse l’avvedutissimo giovane e cercò rifugio in luoghi montuosi e deserti, per aspettarvi la fine della persecuzione. Ma eccolo poi tramutare in una scelta volontaria quel ch’era stato per lui una mera necessità.  5. Dopo aver ripetuto più volte la duplice operazione di avanzare a poco a poco e di concedersi delle pause nel cammino, s’imbatté finalmente in un monte roccioso, ai piedi del quale si apriva una caverna non molto vasta, ostruita da una pietra. Rimossa quest’ultima – giacché si trova in ogni uomo una grande bramosia di conoscere le realtà più nascoste –, perlustrando l’interno con avida cura, vi scorse un ampio vestibolo, aperto verso l’alto; tuttavia lo riparava, a guisa di tetto, una vecchia palma dai lunghissimi rami, che lasciava filtrare tanta luce da mettere in mostra una sorgente cristallina; le sue acque, appena scaturite dalla terra, subito, attraverso un piccolo foro, venivano risucchiate dalla stessa. Inoltre, sui fianchi corrosi del monte, sorgevano parecchie abitazioni, nelle quali si potevano scorgere incudini e martelli, ormai arrugginiti, di quelli che servono a coniar le monete. Infatti, riferiscono dei testi egiziani che là si trovava una zecca clandestina, all’epoca in cui Antonio si unì a Cleopatra.  6. Pertanto, affezionatosi a quella dimora che pareva gli venisse elargita dal Signore, Paolo vi trascorse tutta la vita nella preghiera e nel raccoglimento. La palma gli forniva cibo e vestito. E perché la cosa non appaia impossibile a nessuno, io chiamo a testimoni Gesù e i suoi angeli, di aver visto e di vedere tuttora, in quella parte del deserto che si trova al confine tra la Siria e la regione dei Saraceni, alcuni monaci, dei quali uno visse rinchiuso per trent’anni, cibandosi unicamente di pane d’orzo e d’acqua fangosa, e un altro, vivendo in una vecchia cisterna (che i Siri nella propria lingua chiamano Gubba), si cibava soltanto di cinque fichi al giorno. Tali fatti sembreranno incredibili solamente a coloro, i quali non credono che tutto è possibile a chi si lascia condurre dalla fede.

 

Antonio va alla ricerca di Paolo

Ma torniamo a quel punto, da cui ho preso le mosse. Mentre Paolo, giunto ormai all’età di centotredici anni, conduceva, qui sulla terra, una vita tutta celeste, Antonio, che aveva novant’anni, come lui stesso era solito dire, abitava in altro luogo solitario. Un giorno s’affacciò nella mente di Antonio l’idea che nel deserto non avesse preso domicilio nessun altro monaco perfetto, quanto era lui. Ma durante la notte, mentre dormiva, gli fu rivelata l’esistenza d’un altro monaco, assai più perfetto di lui, e gli venne ordinato di partire, per andare a visitarlo. Non appena spuntò l’alba, il venerando vecchio, sostenendo su di un bastone le deboli membra, si mise in viaggio per una meta a lui sconosciuta. Ormai era giunto il mezzogiorno e il sole dall’alto bruciava coi suoi raggi cocenti; ma egli non desisteva dal cammino intrapreso, dicendo: “Ho piena fiducia che il mio Dio mi farà vedere un giorno il compagno che mi ha promesso”. Non riuscì a dire altro e subito si vide davanti una figura, metà uomo e metà cavallo, come quella che la fantasia dei poeti ha chiamato ippocentauro. A quella vista, si arma la fronte col segno della croce, e domanda: “Ehi, tu, puoi dirmi in quale parte di questo deserto abita il servo di Dio?”. Ma quello, fremendo un non so che di barbaro, spezzando le parole più che pronunciarle, con la sua orrida bocca, irta di setole, si studiò di parlare soavemente. E, tenendo la mano destra, indicò la via desiderata; poi subito svanì dalla vista del monaco stupefatto, superando con rapido volo l’immensa distesa dei campi. Peraltro, non possiamo sapere se tutto ciò fu prodotto da una finzione del demonio, per incutergli paura, ovvero se il deserto, così fecondo di mostruosi animali, mette pure al mondo una simile bestia.

 

Pieno di stupore, Antonio procede ancora nel suo cammino, rimuginando tra sé e sé quanto aveva osservato. Ma ecco che subito, in mezzo a una convalle pietrosa, gli appare davanti un omiciattolo, dal naso adunco, dalla fronte irta di corna, con la parte inferiore del corpo terminante in zampe di capra. A tale spettacolo, Antonio, come un valoroso guerriero, si armò con lo scudo della fede e con la corazza della speranza; ciò nondimeno, il suddetto animale, quale pegno di pace, gli offriva dei datteri per il suo sostentamento nel viaggio. Preso atto di quel gesto, Antonio si fermò e gli chiese chi fosse, ottenendo la seguente risposta: “Io sono un essere mortale, uno degli abitanti del deserto, che i pagani, delusi da diversi errori, onorano sotto il nome di Fauni, o di Satiri, o di Incubi. Ho una missione da parte dei miei compagni. Vogliamo infatti pregarti di intercedere per noi presso il comune Signore, che ben sappiamo esser venuto un giorno sulla terra, per la salvezza del genere umano: in tutto quanto il mondo si è diffusa la fama del suo nome”. Mentre quello così parlava, il volto del vecchio pellegrino si rigava di lacrime copiose, a testimoniare quella grande letizia che inondava il suo cuore. Gioiva infatti della gloria di Cristo e della sconfitta di Satana; e meravigliandosi al tempo stesso di riuscir a comprendere il linguaggio di quello, percuoteva la terra col bastone e diceva: “Guai a te, Alessandria, che al posto di Dio adori dei mostri! Guai a te, o città meretrice, nella quale si son dati convegno i demoni del mondo intero! Che dirai adesso? Le fiere proclamano Cristo, e tu veneri i mostri, al posto di Dio?”. Non aveva ancora terminate queste parole e subito la bestia cornuta fuggì via, come se andasse volando. Né alcuno si lasci trascinare dall’incredulità, di fronte a un simile racconto, che risulta confermato e universalmente testimoniato, al tempo dell’imperatore Costanzo. A quell’epoca infatti, uno di tali uomini fu condotto vivo ad Alessandria; così poté offrire di sé uno spettacolo straordinario a tutto il popolo; e dopo la sua morte, per sottrarlo all’azione corrompitrice del calore estivo, fu cosparso di sale e poi trasportato ad Antiochia, perché potesse vederlo l’imperatore.

 

L’incontro dei due asceti

Ma per tornare al mio tema principale, dirò che Antonio proseguiva nel cammino intrapreso, incontrando nient’altro che orme di fiere, nella vasta solitudine del deserto. Non sapeva che fare, né dove andare. Ormai eran passati due giorni: ne restava uno solo per conservare la sua incrollabile fiducia di non essere giammai abbandonato da Cristo. Vegliando, trascorse la seconda notte in preghiera e, al primo incerto chiarore dell’alba, scorse a poca distanza una lupa, che ansimava per l’arsura della sete e s’avvicinava, strisciando, verso i piedi del monte. Antonio la seguì con la vista, e quando la bestia si fu allontanata, egli si avvicinò alla spelonca e cominciò a spingere dentro lo sguardo; ma la sua curiosità fu delusa, giacché l’oscurità di quel luogo gl’impediva la vista. Ma tuttavia, come dice la Scrittura, “l’amore perfetto caccia la paura”, cosicché l’avveduto esploratore, con passi felpati e col fiato sospeso, entrò nella grotta, avanzando pian piano e sostando più volte, con l’orecchio teso, per captare un qualsiasi rumore. Finalmente, tra l’orrore di quella cieca notte, riuscì ad avvistare un lume. Mentre si affrettava, con brama crescente, eccolo inciampare col piede in una pietra, facendo rumore. L’udì il beato Paolo, e subito chiuse e sprangò la porta, fino allora spalancata, del suo rifugio. Allora Antonio, prostratosi davanti ad essa, vi rimase fino all’ora sesta, ed anche più oltre, a supplicarne l’apertura, dicendo: “Tu ben sai chi son io, donde vengo e perché. Riconosco di non meritare affatto di vederti; tuttavia, non me ne andrò se non ti vedrò. Tu che accogli le bestie, perché mai cacci via un uomo? Ti ho cercato e ti ho trovato: ora picchio alla porta perché mi si apra. Se non otterrò questa grazia, aspetterò la morte qui, davanti alla tua porta: certamente vorrai almeno seppellire il mio cadavere”. Così ripeteva, senza mai stancarsi, là rimanendo immobile e fisso; e a lui brevemente rispose l’eroe, nel seguente tono: “Non c’è nessuno che prega, in modo da minacciare; nessuno che lanci calunnie, nell’atto di piangere. E poi ti meravigli ch’io non voglia riceverti, dal momento che sei venuto qui per morire?”. Così, scherzando con le parole, Paolo spalancò la sua porta e subito, abbracciandosi l’un l’altro, i due si salutarono chiamandosi per nome, e insieme ringraziarono il Signore. Scambiatisi il bacio di pace, Paolo si sedette e così cominciò a dire ad Antonio: “Eccoti davanti colui che con tanta fatica hai cercato: le sue membra sono già imputridite per la vecchiaia, e un un’ispida canizie lo ricopre. Ecco: tu vedi un uomo, che tra poco sarà polvere. Ma, poiché l’amore sa tollerare ogni cosa, raccontami, ti prego, come si comporta il genere umano. Nelle antiche città, sorgono forse dei nuovi edifici? Chi si trova alla guida del mondo? Esistono ancora degli uomini trascinati dall’errore dell’idolatria?”. Mentre così discorrevano, videro che un corvo s’era posato sopra un ramo dell’albero e che di là, tornando a volare lentamente, venne poi a deporre un intero pane davanti ai due monaci stupefatti. Dopo che il corvo se ne fu andato: “Ecco”, esclamò Paolo, “il Signore ci ha mandato il nostro pranzo: in Lui c’è davvero pietà e misericordia. Sono già sessant’anni che io ricevo regolarmente mezzo pane; ma ora, per la tua venuta, Cristo ha raddoppiato la razione ai suoi soldati”.

Pertanto, dopo aver nuovamente ringraziato il Signore, si sedettero entrambi sul margine della limpida sorgente. Allora però nacque tra loro una contesa, per vedere chi dovesse spezzare il pane; la disputa si protrasse fin quasi al tramonto. Paolo si sforzava di convincere Antonio, facendo leva sulle regole dell’ospitalità; Antonio, dal canto suo, rifiutava, puntando sul diritto dell’età. Finalmente, presero la decisione di afferrare ciascuno quel pane dalle due parti opposte e di tirare verso di sé, fino quando gli restasse nelle mani la propria razione. Dopo aver mangiato, bevvero un po’ d’acqua della sorgente, accostandovi sopra la bocca, e poi, offrendo a Dio il sacrificio di lode, vegliarono per tutta la notte. E quando già era spuntato un altro giorno sulla terra, il beato Paolo rivolse ad Antonio le seguenti parole: “Già da tempo, o fratello, io sapevo che tu abitavi da queste parti; e da tempo il Signore mi ti aveva promesso in qualità di compagno. Ma dato che ormai è vicino il tempo del mio riposo e di quello che ho sempre agognato, ossia dissolvermi ed essere con Cristo, non mi resta, una volta compiuto il cammino della vita, che ricevere la corona dei giusti. E tu sei stato inviato dal Signore, per ricoprire di terra questo mio corpiciattolo, o meglio per rendere la terra alla terra”.   Udite queste parole, Antonio, piangendo e sospirando, lo supplicava di non abbandonarlo e di prenderlo con sé come compagno del suo viaggio. E lui, per tutta risposta: “Tu non devi cercare il tuo vantaggio, ma quello degli altri. A te giova di certo abbandonare il peso del corpo e seguire l’Agnello: ma anche a tutti gli altri tuoi fratelli giova di essere ancora ammaestrati dal tuo esempio. Perciò ti prego: se non ti pesa di troppo, va pure e portami il mantello che ti ha regalato il vescovo Atanasio, per avvolgere in esso il mio povero corpo”. Questa la preghiera che rivolse il beato Paolo, non già perché gli stesse particolarmente a cuore che il suo corpo fosse deposto nudo o coperto, a marcire nella terra – egli infatti per così lungo tempo s’era vestito con foglie di palma –, ma perché Antonio, allontanandosi da lui, provasse di meno il dolore della sua scomparsa. Antonio, tutto preso da stupore per aver sentito parlare di Atanasio e del suo mantello, come se in Paolo vedesse lo stesso Cristo, e nella sua persona venerasse lo stesso Dio, non osò replicare in nessuna maniera; ma, piangendo in silenzio e baciatigli occhi e mani, prese la via del ritorno verso il monastero, che in seguito venne occupato dai Saraceni. Ma i suoi passi non potevano tener dietro allo slancio del suo cuore. Infatti, sebbene il carico degli anni avesse oramai fiaccato il suo corpo, interamente minato dai digiuni, tuttavia la sua forza d’animo trionfava sulla vecchiaia.

 

Dormizione di Paolo e sua sepoltura

Al termine del cammino, giunse finalmente, affaticato e tutto ansimante, alla propria dimora. Gli si fecero incontro due discepoli, che avevano cominciato a servirlo già vecchio, e gli chiesero: “O padre, dove ti sei fermato così a lungo?”. Ed egli rispose: “Guai a me peccatore, che porto falsamente il nome di monaco. Io vidi Elia, vidi Giovanni nel deserto, ma ora, in verità, ho visto Paolo in Paradiso”. Poi si chiuse nel silenzio, e percotendosi il petto con la mano, tirò fuori il mantello dalla sua celletta. E pregandolo i discepoli di esporre con maggiori dettagli di che cosa si trattava, esclamò: “C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare”.  Poi subito uscì, e, senza toccare nemmeno un boccone, riprese il cammino già compiuto, assetato soltanto di lui, bramoso di vedere lui solo, mirando lui solo con gli occhi e con tutta la mente. Temeva infatti, come poi accadde realmente, che durante la sua assenza, Paolo rendesse la sua anima a Cristo Signore. Dopo che ormai era spuntato il secondo giorno e gli restavano ancora da percorrere tre ore di cammino, egli ebbe la visione di Paolo che saliva in cielo, splendente di luce chiarissima, in mezzo alle schiere degli angeli, tra i cori dei Profeti e degli Apostoli. E subito, prostrandosi con la faccia per terra, si spargeva di sabbia la testa, e piangendo e gridando, diceva: “O Paolo, perché mi abbandoni? Perché te ne vai senza neppure un saluto? Così tardi ho potuto conoscerti e così presto ti allontani da me?”.  Il beato Antonio riferiva più tardi, d’aver compiuto quel pezzo di strada che ancora gli restava da fare, con passo talmente veloce, come se volasse a guisa d’uccello. E non senza motivo; infatti, entrato nella spelonca, si vide davanti il corpo esanime di Paolo, piegato sulle ginocchia, con la testa eretta e le mani distese verso il cielo. Dapprima, pensando che Paolo fosse ancor vivo, si mise lui pure a pregare. Ma poi, non udendo nessuno di quei sospiri, che di solito accompagnavano la preghiera di Paolo, si gettò, piangendo, a baciarlo; si rese conto allora, che perfino il cadavere del santo, mostrando il dovuto atteggiamento della preghiera, continuava a pregare quel Dio, a cui aspira ogni vita.

 

Avvolto pertanto il cadavere e trasportatolo fuori dalla spelonca, cantando pure gli inni e i salmi, secondo la tradizione cristiana, Antonio si doleva di non avere una zappa con cui scavargli la fossa. Ondeggiando così tra vari pensieri, ed esaminando tra sé e sé numerosi progetti, diceva: “Se io torno al monastero, devo compiere un cammino di quattro giorni; se resto qui, non approdo assolutamente a nulla. Morirò dunque, com’è giusto, qui, vicino al tuo soldato, o Cristo, e cadendo, esalerò l’estremo respiro”. Mentre così ragionava nella mente, ecco due leoni arrivare di corsa dall’interno del deserto, con le giubbe svolazzanti sul collo. Al vederli, Antonio dapprima fu preso da grande paura. Ma poi, volgendo la sua mente a Dio, stette lì ad aspettarli con estremo coraggio, come se guardasse due colombe; e i leoni, correndo direttamente verso il cadavere del santo vegliardo, gli si fermarono accanto, e, dimenando le code, si sdraiarono ai suoi piedi, lanciando possenti ruggiti così da far intendere che essi piangevano nel miglior modo possibile. Poi, non molto lontano di là, cominciarono a scavare la terra con le zampe, e gareggiando tra loro nel tirar fuori la sabbia, fecero una fossa capace di accogliere una sola persona. Subito dopo, come se chiedessero un compenso per il loro servizio, movendo le orecchie ed abbassando la testa, si accostarono ad Antonio, lambendogli le mani ed i piedi. Egli comprese che gli chiedevano la sua benedizione. Senza il più piccolo indugio, dandosi con entusiasmo a celebrare le lodi di Cristo, per il fatto che anche dei muti animali ne afferravano l’essere divino, esclamò: “Tu, o Signore, senza il cui cenno non scende una foglia dall’albero, né cade per terra uno solo dei passeri, concedi loro una ricompensa, come tu la sai dare”. E con un cenno della mano, ordinò loro di andarsene. Dopo che i leoni si furono allontanati, Antonio curvò le sue vecchie spalle sotto il peso delle sante spoglie e, depostele nella fossa, vi gettò sopra della sabbia e vi eresse un tumulo secondo l’usanza. E appena si riaccese la luce del giorno seguente, affinché il pio erede non rimanesse privo di una parte dei beni di colui ch’era morto senza far testamento, prese con sé la tonaca, che Paolo stesso, alla maniera delle ceste, s’era fatta di propria mano, intessendola con foglie di palma. E così, ritornato al Monastero, narrò tutto quanto ai discepoli nei più piccoli dettagli, e poi sempre, nei giorni solenni di Pasqua e di Pentecoste, volle mettersi la tunica di Paolo.

 

Esortazioni conclusive

Al termine di questa piccola opera, mi piace domandare a coloro che non riescono nemmeno a valutare l’enorme quantità delle proprie sostanze, o che rivestono di marmi le proprie dimore, o che in un sol filo di pietre preziose impiegano il valore di interi possedimenti: a questo vecchio, privo di tutto, che cosa ebbe mai a mancare? Voi bevete in coppe sfolgoranti di gemme, quello provvide al naturale bisogno della sete, attingendo l’acqua col cavo delle mani; voi ricamate in oro i vostri abiti, quello non ebbe neppure l’indumento del più disprezzato dei vostri schiavi. Ma, per contro, a quel poveretto è spalancato il paradiso, mentre la Geenna inghiottirà voialtri, anche se carichi d’oro. Quello, benché nudo, serbò tuttavia la veste di Cristo; voi, rivestiti di seta, perdeste l’abito di Cristo. Paolo giace coperto d’umilissima polvere, ma per risorgere alla gloria; voi siete oppressi dai marmi decorati dei vostri sepolcri, ma in attesa di bruciare con tutte le vostre ricchezze. Vi prego, abbiate pietà di voi stessi: risparmiate almeno le ricchezze che vi son care. Perché avvolgete anche i vostri morti con vesti cariche d’oro? Perché non disarma l’ambizione in mezzo ai lutti e alle lacrime? Forse che i cadaveri dei ricchi non possono imputridire, se non sono rivestiti di seta?

 

Ti prego, o lettore, chiunque tu sia, di ricordarti del peccatore Girolamo, il quale, se il Signore gli offrisse una scelta, preferirebbe certamente una tunica di Paolo, assieme ai suoi meriti, molto più delle porpore dei re, insieme con tutte le loro ansie.